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Introduzione
I canti di Carnevale
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   Il Carnevale ha origini molto antiche, risale a tradizioni precristiane, che si ricollegavano ai saturnali e ai lupercali, riti per la fertilità della terra.
     In alcune realtà del Meridione d’Italia il Carnevale inizia a capodanno e termina il martedì che precede il giorno delle Ceneri.
     Durante il Carnevale tutto è permesso: allegria, balli, divertimenti, cibo e dolci di ogni tipo. In tutte le regioni d’Italia è festeggiato con sfilate e balli in piazza, maschere tradizionali e fantastiche, coriandoli e stelle filanti, ma in alcune città i festeggiamenti sono tanto originali da richiamare turisti e visitatori provenienti da ogni parte del paese e del mondo.
     Il carnevale Aurunco rimane uno dei più bei rituali popolari inneggianti alla rinascita della vita.
     Il sarcastico rito si perpetua ancora, anche se in maniera discontinua, in alcune contrade che più sentono la necessità di manifestare con questa forma arcaica di propiziazione un’annata agraria favorevole, la Domenica prima e Martedì Grasso, (a Sessa centro molto di rado) si può assistere al funerale di re Carnevale: il suo feretro, accompagnato dalla moglie e da uomini travestiti da donne che piangono e urlano, “Carnevale mio pecchè si muorto, i gioia ciaciona”, sfilano attraverso le strette stradine, e, al termine della processione, viene dato fuoco ad un fantoccio fatto di stracci vecchi.



     Il realismo grottesco che caratterizza il Carnevale è mostrare il mondo al rovescio dove il travestimento testimonia la necessità d’evasione dalla quotidianità e il bisogno di evadere da una realtà sessuale in parte repressa dalla società.      Il travestimento femminile, nel mondo antico, è specifico di riti d’iniziazione, collegati ai riti di morte e resurrezione. Nel culto di Attis gli iniziati si vestivano da donna così come gli iniziati di Arstarie di Ierapoli, la Dea Syria. Da noi questo legame antico è manifestato notoriamente a Carnevale durante lo svolgimento delle “Pazzie”, parola dalla doppia interpretazione, “pazziare” che in dialetto significa gioco, sollazzo, divertimento, in lingua fare delle pazzie, diventare matto, folle adempiere ad un’azione al di fuori della norma, trasgressione nei confronti dell’ordine costituito. Le semplici maschere, gli innocenti giochi esternano inconsciamente una fase liberatoria che si manifesta in questo giorno di cambiamento radicale di stratificazione sociale contro il dominante potere politico e lo sberleffamento nei confronti della Chiesa e dell’Aristocrazia corrente. In tutte le rappresentazioni vi sono specifici riferimenti al sesso e alla funzione magica e propiziatrice che esso ha come valenza nel ciclo agrario. Il seme sparso nei campi dai mietitori chiarisce il senso della ritualità sessuale connessa a questa importante operazione agraria. Il matrimonio di Vicenzella, figlia di Zeza, con il nobile Don Nicola non è altro che la continuità della vita da cui la giovane e illibata Vicenzella, inseminata, genererà nuovi esseri.
     Fatta eccezione dell’allegorica rappresentazione dei dodici mesi dell’anno, le “Pazzie” Carnevalesche non sono altro che organizzate scenette allusive e licenziose che raccontano in forma articolata e ironica momenti di vita vissuta; le più rappresentate sono: La Zeza, Ru Scarparieglio, La Legge, I Paesi, Zingari e Caurarari, La Contessa, _Teresinella, Ru Mbruglione, Spagnuletta, Ru Pisciaiuolo, e i Mesi, adornate e arricchite da personaggi di secondo piano come gli ironizzati uomini di legge: notai, avvocati, ed anche prete, sindaco, zia sorda, medici, infermieri, cacciatori ecc. chiude la carrellata a ritmo di una sarcastica tarantella, l’abbuffato Carnevale e l’amorfa Quaresima longa e teseca.
     Per il divertimento collettivo i vari personaggi – attori, spesso costituiti da soli uomini, indossano in massima parte, rozzi e ridicoli costumi preparati per l’occasione dagli stessi personaggi, resi belli e unici nella loro particolare fattezza. Hanno in testa coloratissime parrucche e stravaganti copricapi, adornati ed arricchiti da nastrini colorati svolazzanti al vento che simboleggiano le stagioni dell’anno, stringono tra le mani attrezzi da lavoro che ricordano quelli usati un tempo dai nostri contadini nei campi e sul volto, soddisfatto e innocente, cosparso di cipria e rossetto, traspare tutta la loro fierezza e simpatia.      L’immancabile, candida, mitica, onirica, fantasiosa maschera di Pulcinella con il suo “Coppolone” a punta (simbolo fallico), onnipresente in tutte le rappresentazioni, anche se nelle pazzie nostrane si limita a mettere ordine al corteo e a fare da legame durante la recitazione, diventando così figura marginale ma importante, nella simbologia e credenza popolare, poiché rimane il tramite tra i mortali e l’al di là.



     Il realismo grottesco che caratterizza il Carnevale è mostrare il mondo al rovescio dove il travestimento testimonia la necessità d’evasione dalla quotidianità e il bisogno di evadere da una realtà sessuale in parte repressa dalla società.      
     La Zeza testimonia la storia delle nozze di Don Nicola, studente calabrese, e di Vicenzella, contrastate dal padre della donna, Pulcinella, che teme di essere disonorato ed è inconsapevolmente geloso, e sostenute da sua moglie, Zeza, che è di ben altro avviso; Pulcinella sorprende gli innamorati e reagisce violentemente, ma è punito e piegato da Don Nicola e alla fine si rassegna:      La Zeza è capace di suscitare emozioni, nello spirito del Carnevale, soprattutto in quanto rappresentazione in chiave grottesca di scene di vita familiare caratterizzate da una notevole conflittualità e violenza, mette a nudo, in una sorta di confessione pubblica, le vergogne della vita coniugale, aggiungendovi il gusto dell’aggressione sadica e dell’esibizione oscena, e, mentre la esorcizza con l’immancabile lieto fine, invita a prenderne realisticamente atto e integrare nel sistema culturale il disordine e l’irrazionale.
     I Mesi: i personaggi de “ri Misi” sono i dodici mesi dell’anno, Capodanno e Pulcinella. Gli interpreti vestiti secondo un preciso simbolismo, a dorso d’asino, tranne Capodanno che è placidamente seduto in groppa ad un giovane Destriero mentre Pulcinella procede a piedi, cantano le caratteristiche di ogni mese, utilizzando una struttura melodica molto particolare. In alcune cantate è messo in scena “ru mese annascuso” che rappresenta la speranza di superare indenni le imprevedibili avversità della natura.
     E’ evidente che questi riti di Carnevale rispecchiano tradizioni antiche e pagane legate alla fertilità della terra e alla riuscita del raccolto.      Con il passare degli anni alcune tradizioni sono andate perdute, altre si sono adeguate alle nuove abitudini della vita, tuttavia il gusto del travestimento non è mutato, e l’originalità del Carnevale è proprio nelle sue maschere, ed è per questo che l’atmosfera che si respira in questi giorni è semplicemente magica.
     Le frazioni di Sessa Aurunca che ancora oggi mettono in scene le varie rappresentazioni carnevalesche sono: Lauro, San Carlo, Cupa, Corigliano, Tuoro, Valogno, Cascano e Rongolise.
     Più volte sono stato invitato dai vari organizzatori, in veste di suonatore, ad accompagnare i vari cantori cantori nelle diverse rappresentazioni ho provato forte interesse ed emozioni e, volendo in qualche maniera ringraziare e salutare il pubblico plaudente e divertito, ho scritto questa Tarantella finale, augurando e auspicando di ripetere le rappresentazioni l’anno prossimo e quelli successivi, così da perpetuare questa unica e bella tradizione di propiziazione, semplice nella sua fattezza, ma ricca nei suoi significati allegorici.

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